Cos’è la sindrome dell’impostore e come risolverla?

Cos’è la sindrome dell’impostore e come risolverla?

La sindrome dell’impostore è “una condizione psicologica particolarmente diffusa fra le persone di successo, caratterizzata dall’incapacità di interiorizzare i propri successi e dal terrore persistente di essere esposti in quanto impostori
A dispetto delle dimostrazioni esteriori delle proprie competenze, le persone affette da tale sindrome rimangono convinte di non meritare il successo ottenuto. Esso viene tipicamente ricondotto a fattori quali la fortuna o il tempismo, oppure ritenuto frutto di un inganno o della sopravvalutazione degli altri. Secondo lo studio originale, la sindrome dell’impostore sarebbe particolarmente comune fra le donne di successo”.

Definizione delle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes, non avrei saputo dirlo meglio, grazie e arrivederci.

Si sente tanto parlare della sindrome dell’impostore, eppure spesso si liquida anche la faccenda con un: ora che lo so, lo evito.
Ma non funziona proprio così, perché certi pensieri – specialmente quelli che abbiamo su noi stesse – sono talmente interiorizzati che nemmeno ci rendiamo conto di pensarli.

Ad esempio: riesci a pensare ad un momento in cui hai sentito di non meritare un certo risultato, un regalo, o un premio?

Anche questa è una sensazione da sindrome dell’impostore. Se ti sei mai sentita “sbagliata”, lontana dalle aspettative degli altri su di te, o se hai mai pensato di non meritare qualcosa per cui hai lavorato tanto, allora è capitato anche a te di essere affetta da questo fenomeno.

Questa sindrome va affrontata, soprattutto se lavori in proprio e sei la commerciale, amministratrice, esecutiva e tecnica della tua attività. Sì, perché se non superi questo senso di inadeguatezza, questa sensazione di non essere all’altezza, ciò che succede è che perdi i tuoi clienti e non ne acquisisci di nuovi.
Allontanando le persone, riconfermi la tua idea di essere un’impostora, ed ecco che il cerchio si chiude. Male. Per te.

Come spezzare questa catena e risolvere il puzzle?

Prima di tutto, renditi conto di cosa sta accadendo: la consapevolezza è sempre uno strumento molto potente.

Avere una mentalità imprenditoriale non ci distacca automaticamente dagli schemi con cui abbiamo sempre vissuto.

Tutti siamo stati valutati fin dalla nostra prima esperienza scolastica attraverso voti, test, metodi razionali basati su un punteggio. In questo modo abbiamo imparato che il nostro valore dipendeva da quel voto, e questo influenza tutta la nostra vita.

Ad esempio: se lavori in proprio, non avrai nessuno che ti sproni o ti dia una valutazione. Nessun capo, nessun bonus, nessun obiettivo annuale imposto. E quindi?
Quindi, sei tu che devi imparare a darti valore. Ed ecco che scatta la sindrome dell’impostore: come faccio a sapere che sono brava se non prendo 10?

Le psicologhe Clance e Imes hanno anche specificato che “la sindrome dell’impostore sarebbe particolarmente comune fra le donne di successo”.

Questo accade spesso perché le donne sono soggette alla narrazione della “brava bambina” durante tutta la loro giovinezza; la brava bambina prende tutti 10, non disturba, non crea disagi, non si pronuncia ad alta voce, siede composta ed è sempre educata.

Intravvedi già il punto di collisione?
Un’imprenditrice non potrà mai soddisfare l’archetipo della brava bambina, perché è autonoma, prende decisioni difficili e rischia per qualcosa in cui crede. Insomma, fa casino laddove si vorrebbe che stesse seduta composta.

Ed ecco che la sindrome dell’impostore le sussurra che, forse, è lei ad essere sbagliata, e che ciò che fa non interessa a nessuno, sotto sotto.

Capire da dove nasce la sindrome dell’impostore è il primo, necessario passo per liberarsene.
Sei stata anche tu una “brava bambina”?
Ti sentivi soddisfatta solo di fronte ad una valutazione esterna, come un voto?
Le persone sembravano interessarsi a te solo per i tuoi risultati oggettivi?

Cosa puoi fare per liberartene

Se anche sei agli inizi della tua attività, o ne possiedi una già avviata, è probabile che la sindrome sia attaccata a te in stile palla di piombo, che ti tenga ancorata a terra, incapace di spiccare il volo. Ecco cosa puoi fare:

Ricordati delle tue capacità

Non fissarti sui punti deboli che temi possano essere scoperti, ma pensa invece ai punti di forza che ti rendono unica, e che ti hanno permesso di cambiare la vita dei tuoi clienti aiutandoli e supportandoli con le tue competenze.

Se hai bisogno di supporto, chiedilo direttamente a loro: in che momento del nostro lavoro insieme hai capito che stavamo progredendo? Cosa di me o del mio servizio ti ha convinto? Come ti ho aiutato nello specifico?
I feedback danno sempre moltissimi spunti utili.

 

Pensa ai momenti in cui sei stata magnifica

Una consegna difficile, un’esperienza dolorosa, un momento in cui la tua forza, le tue conoscenze o la tua personalità sono state necessarie per risolvere la situazione. Ripensa ad un traguardo che hai raggiunto, come ad esempio la maturità, e chiediti cosa di te stessa ti ha aiutato a superarlo.

Spesso ripenso alla me di 18 anni, in attesa di svolgere l’esame di maturità. Se ho superato quello, che al momento vivevo come la situazione più difficile al mondo, perché non posso superare anche ciò che ho di fronte ora?

Tutto ciò serve a rafforzare la tua autostima in modo che il tuo inconscio non cada più nel trucchetto della sindrome dell’impostore.

Per avere un’idea ancora più chiara riguardo a questo, scarica qui sotto il test per capire quanto la sindrome dell’impostore sia presente nella tua vita.

NB: questo è il test dalla psicologa Pauline Clance, di cui ti ho dato la definizione della sindrome. L’obiettivo è aiutare le persone a determinare se hanno le caratteristiche della sindrome dell’impostore e, nel caso, in che misura ne soffrono.

Il primo passo è la consapevolezza, ricordi?

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Essere imprenditrice: lavora per te stessa

Essere imprenditrice: lavora per te stessa

Questo è il terzo post dedicato alla mentalità imprenditoriale. Se ti sei persa il primo, lo trovi qui, invece il secondo è qui.

Abbiamo parlato di mindset dinamico, di tutelare le proprie energie e darsi regole proprie nella gestione del lavoro; oggi voglio parlarti dell’importanza di lavorare per te stessa.

Con lavorare per te stessa intendo, prima di tutto, farti due domande su quello che stai facendo.
Una, su tutte: quello che fai rispecchia davvero i tuoi desideri e chi sei?

Puoi scoprirlo facilmente: ascolta la pancia. Il tuo intuito sa, sempre, se stai facendo la cosa migliore per te o meno; sa se quella persona appena conosciuta sarà per te negativa o positiva, e se l’intuito vacilla, ricorda sempre di ascoltare il corpo.

Rifletti sul tuo lavoro, su ciò che fai, per chi lo fai e come: osserva le tue reazioni fisiche ed emotive, cerca di focalizzarti sul perché le provi. Se ti senti infastidita o frustrata da qualcosa, allora quella cosa va cambiata, perché non sta funzionando e non funzionerà mai, non se non è adatta a te.

No, essere imprenditrici non è semplice: è necessario uno sguardo privo di giudizi su tutta la realtà, soprattutto la tua realtà personale, le tue sensazioni e i tuoi pensieri.

Lavorare per te stessa significa guardare in faccia la parte più profonda di te e chiederle se le piace quello che fai. Se lo farebbe in modo diverso, se forse ha ascoltato troppi pareri esterni e si sente confusa.

Lavorare per te stessa vuol dire fare ciò che si ama a prescindere da pregiudizi, convinzioni familiari, esperienze pregresse che ti bloccano e tue paure insite. 

Solo superando questo scoglio – e credimi, ci vorrà tempo, ma potrai superarlo – inizierai a guardare alla tua attività come una vera imprenditrice, con mentalità dinamica disposta al cambiamento e tensione personale all’obiettivo giusto per te.

“Ma allora non devo più ascoltare i guru del marketing e fare come dico io?”

No! Come spesso succede, la risposta è: dipende.

Dipende prima di tutto da se quel metodo per te va bene, ad esempio un guru di Instagram ti dirà che l’ideale è pubblicare tutti i giorni, più volte al giorno per avere una visibilità ottima.

Tutto bello, ma se tu poi sviluppi ansia da prestazione, provi frustrazione quando non trovi il tempo di schedulare i post e ti sembra di perdere clienti se non pubblichi per un giorno, allora quel metodo non va bene per te in questo momento.

Ricorda che se un metodo, uno strumento, una situazione o un cliente non va bene per te in questo momento non significa rinunciarvi per sempre; significa invece lavorare da imprenditrice sulle tue necessità e capire se qualcosa non sta andando, oppure se sei tu che hai necessità diverse in quel momento.

Nulla toglie che quella situazione, cliente, metodo torneranno più avanti nel tempo a bussare alla tua porta.

La seconda cosa da tenere d’occhio è se quel metodo (situazione, strumento, servizio) è adatto o meno al tuo target, cioè al cliente ideale con cui vuoi lavorare.

Anche per questo è importantissimo compiere un percorso approfondito sullo studio del cliente, studio che, in realtà, non smetterai mai di fare.

Riassumendo questo blogpost, un po’ più filosofico degli altri, ciò che devi sviluppare per lavorare per te stessa è:

Critica costruttiva senza giudizio verso te stessa e i tuoi strumenti

Mente aperta sulla formazione, ascoltando il tuo intuito

Ascolto del tuo pubblico e delle tue reazioni

Empatia e intuito verso te stessa e gli altri

Queste sono solo alcune delle qualità che puoi sviluppare. Per altri consigli sulla mentalità imprenditoriale, sulla visione di business e in generale sull’organizzazione del tuo lavoro puoi iscriverti a Visionaria, la mia newsletter. C’è anche un workbook gratuito, eh.  

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Essere imprenditrice: crea le tue regole

Essere imprenditrice: crea le tue regole

Ed eccoci al secondo blogpost che parla della mentalità imprenditoriale: se ti sei persa il primo, lo trovi qui.

L’articolo di oggi parla di regole, nello specifico di creare le tue per lavorare al meglio delle tue potenzialità. Forse hai seguito mille e uno corsi di business, o sei iscritta a duecento newsletter su come creare il contenuto marketing perfetto, ma la dura verità è che oggi, se non ti dai regole tue, non andrai mai avanti.

Cosa intendo per regole?

Essere imprenditrici significa, prima di tutto, comprendere cosa è meglio per te e poi per la tua azienda. Sì, perché senza di te la tua attività non va da nessuna parte, sei d’accordo?

Ecco perché devi pensare prima a salvaguardare le tue energie, i tuoi tempi, le tue modalità di fare le cose, e solo dopo potrai pensare ai possibili sviluppi.

Immagina il tuo business come un castello: se parti dalle torri, ma non hai posto basi solide, nel giro di qualche anno tutto il castello crollerà su se stesso.

Questo è anche ciò che accade se eviti di guardare dentro te stessa e ammettere a voce alta cosa desideri e come lo desideri.

Darsi regole proprie significa soprattutto:

1: Conoscersi bene.
Ad esempio, puoi approcciarti alla pianificazione con tutta la buona volontà di questo mondo, ma se sei una persona intuitiva avrai bisogno di creare dei rituali, l’ambiente adatto per pianificare in modo efficace. Questa è una tua regola: non è vero che i guru dell’organizzazione sono sterili matematici, anzi sono persone che si conoscono così bene da sapere quando, come e quanto organizzarsi.

2: Prendere consapevolezza dei tuoi limiti.
Questo è leggermente diverso dal conoscersi: significa anche accettarsi senza giudizio. Credi che un’imprenditrice coi fiocchi si spinga sempre un po’ troppo in là? No, riconosce il momento giusto per fare quel passo e lo sa perché, in passato, magari ha già messo il piede in fallo. Questo vale sia per se stessa che per i suoi eventuali collaboratori: saper dosare la quantità e la tipologia di lavoro è necessario, guardare in faccia e senza giudizio ai limiti della propria attività è sano e permette di progredire nel tempo.

3: Sapere quando riposare.
Il riposo è fondamentale: chi non si riposa quando è stanco, molla. Osservati, ascolta soprattutto il tuo corpo e cerca di ritagliare degli spazi per te nel corso della settimana: leggere un romanzo non significa buttare tempo, mentre corri non stai snobbando il tuo lavoro, se stai coi tuoi figli puoi solo imparare qualcosa di utile anche per la tua impresa. Chiaro il concetto?

4: Cambiare quando qualcosa non sta andando.
Ad esempio, se pianificare con costanza sui social media ti sfianca, ti fa sentire frustrata e non ti sta facendo ottenere risultati, è il momento di accettarlo e cambiare. Nessun genio del marketing sa cosa sia meglio per te e la tua impresa, quindi devi essere tu a darti regole.

5: Chiedi aiuto quando serve.
Delega, chiedi opinioni, non avere paura di risultare “debole”, perché non lo sei! Anzi diventi fragile quando cerchi di fare tutto da sola, perché è matematico che non potrai fare tutto bene. Le tue energie sono finite, lo sapevi? Ne abbiamo parlato bene insieme ad Elisa Cirla in questa diretta su Instagram.

Ti aspetto al prossimo articolo sulla mentalità imprenditoriale!
Nel frattempo, se vuoi approfondire, puoi iscriverti a Visionaria e scaricare il fantastico workbook sugli obiettivi di business e vivere una splendida visualizzazione sul tuo futuro: fammi sapere com’è andata rispondendo alla mail.

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Essere imprenditrice: la mentalità

Essere imprenditrice: mindset statico e mindset dinamico

Essere freelancer non significa necessariamente essere imprenditrici: ma se tu sei qui, è perché vuoi approfondire questo aspetto di te e del tuo lavoro. Ecco perché ho scritto alcuni blogpost che parleranno della mentalità imprenditoriale, e delle caratteristiche necessarie a svilupparla e soprattutto a mantenerla nel tempo.

Prima di tutto, vorrei parlare della differenza tra libera professionista e imprenditrice: ti sei mai chiesta quali siano le caratteristiche principali che distinguono i due ruoli?

Succede spesso, anche con le mie clienti, che i due termini vengano confusi: la freelancer lavora in autonomia, l’imprenditrice lavora in autonomia, eppure si tratta di due cose ben distinte.

 1: La mentalità o mindset

Il motivo per cui ho deciso di scrivere questa piccola serie di articoli a riguardo è proprio cercare di fare chiarezza sul mindset, cioè la mentalità con cui ci si approccia al mondo.

Il mindset è l’insieme del nostro vissuto, le convinzioni che abbiamo, e quindi il filtro con cui vediamo noi e il mondo e la leva di tutte le nostre azioni.

L’imprenditrice ha un mindset molto, molto differente da quello della libera professionsita, principalmente perché si tratta di un mindset dinamico.

Con mindset dinamico intendo, in linea generale, una mentalità che non tiene la persona legata al suo status quo, ma la spinge invece sempre alla ricerca del cambiamento, della progressione e del miglioramento.

Mi rifaccio, nello specifico, a questo libro di Carol Dweck, che ti consiglio moltissimo.

Una persona con forma mentis dinamica è aperta al cambiamento, anche a tutto tondo: vede le cose nella loro complessità, ascolta i pareri altrui ed è meno incline a giudicare comportamenti e modi d’essere, suoi o del prossimo.

Capisci bene che questo tipo di mindset è vincente per chi avvia un’impresa, per molti motivi che vedremo in questa serie di articoli.

Il principale, o uno dei motivi più importanti secondo me, è quello di considerare il fallimento non come qualcosa che ti definisce (“perdente”), ma come una lezione da imparare e un punto di ripartenza per fare di nuovo e fare meglio.

Questo sconvolge del tutto la mentalità con cui siamo normalmente abituati a ragionare, quella che la Dweck chiama mindset statico.

Chi ha questo tipo di mindset vede se stessa e gli altri come immutabili, incapaci di cambiamento in un mondo che sarà sempre uguale, perché “è sempre stato così”.

Per una persona con forma mentis statica, ognuno ha il suo carattere, il suo “livello” di intelligenza, e che questo sia positivo o negativo non ha importanza, perché per questa persona sarà come scritto con inchiostro indelebile.

L’approccio al lavoro distingue moltissimo chi ha una mente imprenditoriale da chi “svolge il suo lavoro e basta, così come ha sempre fatto, perché così ha sempre funzionato”. Riesci a cogliere la sottile, ma vitale differenza?

Se vuoi conoscere il tuo mindset, arriva alla fine dell’articolo 😉 

2: Secondo l’ambito giuridico ed economico

L’imprenditore si occupa di garantire un risultato nell’ambito di uno scambio di beni o servizi o nella produzione di materiale di vario genere.

Infatti, “è imprenditore chi esercita professionalmente una attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi” (Art. 2082 del Codice Civile)

Un imprenditore verosimilmente apre un’attività con ragione sociale specifica, investe in dipendenti e infrastrutture, materiali e strumenti che vengono poi utilizzati ai fini di un risultato: servizi, prodotti, beni di vario genere che vengono commercializzati.

In quest’ottica, il lavoratore autonomo svolge invece un servizio “meno pratico”, cioè mette a servizio la sua conoscenza in un certo settore e fornisce la sua consulenza specifica in quell’ambito.

Di norma non possiede beni rilevanti, o dipendenti, e svolge il suo lavoro senza garantire un risultato nel pratico, bensì intellettuale. Più spesso infatti si tratta di consulenti esterni, ad esempio, o psicologi, e così via.

3: Secondo me

Il mio parere, del tutto discutibile, è che una cosa non escluda necessariamente l’altra. Possedere un mindset dinamico, imprenditoriale, è utile all’interno di un’impresa come per un consulente; è utile nella vita privata, aiuta a superare difficoltà di ogni genere e certo, fornisce una spinta notevole quando si desidera passare dall’essere freelancer all’essere imprenditrici.

La mentalità imprenditoriale secondo me non deve rimanere relegata nel lavoro, ma può essere portata anche a casa: quando si effettua un investimento di famiglia, ad esempio, o nell’istruzione dei figli.

Si tratta di scardinare convinzioni che ci sono state imposte, nel bene e nel male, durante il passato e volgerle invece a nostro favore nel momento storico che viviamo.

Se vuoi scoprire a quale tipo di mindset sei più vicina, scarica il quiz che trovi qui sotto!

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Come i pensieri influenzano la tua realtà

Come i pensieri influenzano la tua realtà

Ne abbiamo parlato già nell’articolo sul Confirmation Bias, cioè il meccanismo di conferma del nostro pensiero: la mente tende a vivere nella “modalità sopravvivenza”, e per questo ci tende numerosi tranelli.

Il suo scopo è quello di preservare più possibile lo stato delle cose, rimanere nella situazione corrente, conosciuta, in cui non corriamo il rischio di essere mangiati da un puma o calpestati da un mammut. La mente non lo sa che ora siamo più fortunati e non viviamo più in caverne nascosti dai predatori.

Ecco perché nella vita entrano in atto una serie di meccanismi fomentati dall’amigdala, una ghiandolina responsabile delle azioni primordiali e istintive, che gestisce le emozioni primarie come la paura.

Sono schemi di protezione, di sostentamento e sopravvivenza, talmente incarnati che, ormai, li mettiamo in atto in maniera involontaria e del tutto istintiva, come quando hai imparato a guidare, e ora non devi più pensare a tutte le azioni da fare per parcheggiare.

Ci sono però situazioni in cui siamo in grado di invertire la tendenza, uscire dalla nostra zona di comfort e cambiare non solo noi stessi, ma tutto l’ambiente intorno.
Prima di farlo, devi capire come i tuoi pensieri influenzano la tua realtà.

No, non sei preda degli eventi esterni e no, non esistono situazioni impossibili da gestire. L’unica responsabile di ciò che ti succede sei tu e solo tu, l’unica responsabile del tuo umore, dei tuoi pensieri, delle tue azioni sei tu.

Ti spiego come funziona: prova a pensare ad una situazione da cui non riesci ad uscire, o che non riesci a risolvere.
Prendiamo, ad esempio, un procrastinatore seriale. Paga le bollette sempre in ritardo, o un secondo prima che scadano, e non arriva mai in orario agli appuntamenti. Nel suo lavoro, il nostro procrastinatore rimanda tutto a data da destinarsi, e questo gli causa non pochi problemi.

Un giorno, il procrastinatore ha il compito di creare una presentazione molto importante per il lunedì successivo: è domenica, e non ha ancora fatto nulla. Cos’è successo nella sua testa?

Tutto scaturisce da uno o più pensieri, nel nostro caso possono essere simili a: “è un lavoro troppo grosso per me”; “non sono abbastanza in gamba”; “è troppo lavoro”; “è una presentazione troppo importante”.

Segue immediata la risposta dell’amigdala, che ci deve proteggere, e quindi parte in quarta con la paura: incompetenza, mancanza di autostima, terrore di parlare in pubblico, frustrazione, sono tutte emozioni scaturite dalla paura.

Ecco che, per sentirci meglio, il cervello sviluppa subito giustificazioni, come: “lo faccio dopo, tanto sono sempre in ritardo”; “non sono abbastanza capace, rimando!”, “non ho voglia di farlo, non ho le capacità, perciò non lo faccio”, “ho sempre rimandato, perché non dovrei farlo anche per questo?”, e così via, penso tu abbia capito l’antifona.

Arrivati alla fine del processo, ecco che il tutto si concretizza in un’azione: il non fare nulla, nel nostro caso.

Riassumendo, tutto parte da:

  • un pensiero,
  • che produce un’emozione,
  • da cui derivano le nostre azioni.

Il procedimento è del tutto inconscio, eppure guida ciò che facciamo nel quotidiano, nel reale e nel qui e ora. Plasma la nostra realtà fattuale.

La “cattiva” notizia è che lavorare sulle emozioni è difficile, e in moltissimi casi evitare di provarle è impossibile.
La buona notizia (contenta eh?) è che i pensieri, invece, possono essere controllati e modificati sul nascere.

Non è semplice, e il tutto parte da una grande presa di consapevolezza e di responsabilità: prima di tutto, devi accettare di essere tu l’unica persona che ha il diritto e il dovere di modificare il proprio comportamento. Nessun’altro verrà in tuo soccorso, nessuno ti dirà come fare nel momento esatto in cui devi farlo. Solo tu.

Facciamo un altro esempio, più breve: ti trovi in riunione con un collega con cui si è creato nel tempo un rapporto conflittuale, per varie ragioni.
Non appena il collega dice qualcosa che ti fa imbestialire, pensi: “è sempre il solito”. Ecco sopraggiungere la rabbia, ed ecco che ti senti giustificata nel rispondergli per le rime, ed iniziate a litigare come al solito.
Qualcosa si è risolto in questo modo? No, piuttosto si è mantenuto lo stato delle cose.
Cosa succederebbe se, sapendo di dover entrare in riunione con questo collega, ti preparassi prima?

A quel punto, alla sua frase che normalmente ti avrebbe fatto imbestialire, ti fermi un attimo e non rispondi. Invece di “ecco, è sempre il solito”, pensi: “non voglio disperdere le mie energie”. L’emozione che provi potrà anche essere di rabbia, ma sarà sommessa e controllata. La tua azione, allora, non sarà rispondergli per le rime, ma ignorarlo e parlare d’altro.

Ora è cambiato qualcosa, sia in te che nell’ambiente circostante: comprendi l’importanza dei tuoi pensieri?

Se ti interessa approfondire argomenti come questi e ricevere worksheets gratuiti, iscriviti qui sotto a Visionaria, la mia newsletter che ti arriverà una volta al mese!

Ti aspetto 😉 

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Brand Identity: perché farla e come capire a chi rivolgersi?

Brand Identity: perché farla e come capire a chi rivolgersi? 

Prima di tutto, direi che è necessario definire cosa sia questa benedetta Brand Identity di cui parlano tutti!
L’identità di brand comprende tutte quelle cose che rendono riconoscibile il tuo marchio, la tua attività.
Ciò che costruisce il tuo lavoro e lo etichetta proprio come tuo, in quello specifico ambito e tempo.

L’identità di brand è un parolone che indica moltissime cose: studio del target, quindi delle persone a cui ci rivolgiamo, del nostro tono di voce, declinato su mille diversi canali, del modo in cui usiamo determinati colori e grafiche, delle nostre parole chiave e di come le orchestriamo sul sito web, durante gli eventi, sui social media.

Studiare la propria identità di brand è come costruire un personaggio caratterizzato dalla sua voce, il suo background, da come si veste e come parla.

L’identità grafica racchiude in sé aspetti quali il logo, i pattern, le icone, le palette colori e così via. Ci sono poi aspetti legati al linguaggio, che può curare un copywriter, come il tono di voce, la creazione di un naming o payoff, capire come comunicare la tua unicità rispetto ad altri.

Insomma, tutti quegli elementi che rendono il tuo brand unico: se anche qualcuno lo scopiazzasse, si vedrebbe e non sarebbe comunque suo, perché cambierebbe la persona che muove i fili, cioè tu.

L’identità, poi, è composta, a monte, dai valori e dalla visione del business, dalla strategia e dal posizionamento. Insomma, sono tanti strati da mettere insieme, ma l’opera finale, vedrai, è meravigliosa.

Ho chiarito un po’ di più le idee?
Benissimo, passiamo al perché dovresti fare uno studio della tua Brand Identity.

Avere un’idea chiara della tua identità come marchio significa, in definitiva, sapere cosa vuoi dire, in che modo lo vuoi dire e cosa vuoi far vedere al tuo pubblico potenziale nel frattempo.

Se, ad esempio, sei un consulente di marketing, difficilmente nella tua comunicazione parlerai di come cambiare la gomma di auto, dico bene? Allo stesso modo, se la tua identità come brand è informale ed accogliente, mai ti sogneresti di pubblicare un post su Instagram in cui offri una posizione di lavoro in maniera asettica e formale, con un’immagine che raffigura una formalissima aula riunioni!

Ecco allora che una Brand Identity ben strutturata ti da delle linee guida per quando non sei sicurissima di ciò che fai o di come lo vuoi fare; oltre che darti un’identità grafica, puoi affidarti allo studio fatto sul tuo brand per qualsiasi cosa, dal lancio di un prodotto scalabile all’annuncio di un evento offline. Saprai che quella cosa è fatta proprio come la farebbe il tuo brand, declinato a “soggetto”.

“Le persone scelgono un brand perché provano empatia per i suoi valori e le sue storie”, ecco cosa mi ha detto all’inizio del nostro percorso Livia di Caleidoscopy, e non può essere più vero di così.

Con lei ho realizzato tutta la mia identità grafica e stiamo lavorando a quella verbale, e non potrei esserne più felice! Livia ha una personalità poliedrica, è una copywriter e brand designer che si occupa di aiutare i piccoli brand a riscoprirsi nei propri sogni e nella propria identità professionale, rendendola, appunto, “caleidoscopica“.
Vi consiglio di fare un salto sul suo sito web!

Ricorda, nel pensare alla tua identità di brand, che la creatività deriva anche dal confronto, e ove possibile consiglio sempre di affidarsi ad una persona esterna che faccia questo tipo di lavoro insieme a te.

Nel mare magnum dell’internet, come capire a chi rivolgersi?
Focalizzati sul modo in cui qualcuno lavora, più che sul prodotto offerto. Fai una call conoscitiva, osserva bene come si comporta la persona davanti a te e domandati: starebbe simpatico/a al mio brand?
Per aiutarti in questo ho creato una checklist di caratteristiche che secondo me non dovrebbero mancare a chi si occupa della tua identità di brand. Scaricala qui sotto, e fammi sapere!

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Perché usare il journaling

Come e perché dedicarsi al journaling?

Ultimamente non si fa altro che parlare di journaling: spuntano agendine, quadernetti, evidenziatori e set di pennarelli e affini come margherite in primavera!

Il motivo è semplice: il journaling è divertente, è un momento per te, aiuta a riorganizzare le idee, e funziona.

Ma cos’è, esattamente?
Se hai mai tenuto un diario, una raccolta di tue poesie, o hai mai scritto articoli sul tuo blog hai già esplorato i fondamentali del journaling.


Da ragazzina avevo tantissimi diari e quaderni: mi ricordo il mio classicissimo col lucchetto, poi il diario dei viaggi, quello delle poesie e pensieri sparsi (mi credevo un giovane Leopardi), quello delle fotografie, e ancora quaderni e quaderni di pensieri colorati, adesivi, collage…

Di fatto, scrivere per se stessi è una grandissima fonte di sfogo, ispirazione, chiarezza per i nostri pensieri.

È un esercizio che anche io faccio fare molto spesso alle mie clienti, e funziona talmente bene che loro lo rifanno in autonomia ogni volta che ne sentono il bisogno.


Lo scrivere è la base del journaling, potremmo dire, mentre la creatività funge da guida per formare la tua pratica.

Mi spiego meglio: in inglese, journaling sta più o meno per “tenere traccia dei propri pensieri”, ma non solo è utile a questo; con questa pratica alleni anche il tuo intuito, la tua vena artistica e creativa, la tua capacità di organizzazione.

Innanzitutto, perché scrivere a mano impone al cervello di seguire un ritmo più lento, in cui sarà più semplice assorbire i concetti ed elaborare riflessioni; inoltre, perché tornare bambine ogni tanto non può che fare bene, non credi?

Che tu sia una grafomane, un’amante dei rituali con tanto di candela accesa o una pittrice, il journaling può aiutarti a fissare i pensieri e riorganizzare le tue attività.

Ti rende più consapevole, più sicura, più immersa nel presente.

Ad esempio, per seguire l’edizione 2020 del mio Calendario dell’Avvento chiedo espressamente di dedicare un quaderno o un raccoglitore solo a quell’attività, per concentrare al meglio gli sforzi!

Il journaling è diverso a seconda della persona che lo pratica, ma si evidenziano alcune caratteristiche specifiche:

  • Journaling concentrato sul tempo: ad esempio, scrivi per cinque minuti consecutivi senza alzare la testa dal foglio, tutte le mattine o in un momento specifico della giornata.
  • Journaling su un argomento preciso: come il diario della gratitudine, in cui segni ogni giorno le cose per cui sei grata; o come il tuo quaderno pieno di scarabocchi in cui fai un grande brainstorming sulle azioni da fare per promuovere la tua attività!
  • Journaling artistico: collage, disegni, adesivi, frasi scritte con l’evidenziatore, un autoritratto, quello che vuoi! Fai esplodere il tuo io artistico con tutti i colori del mondo, e riguarda le tue creazioni ogni volta che vorrai.
  • Journaling strategico: un ibrido tra agenda, piano marketing e business plan. Beh, in realtà puoi inserire tutto ciò che vuoi, è il campo minato in cui ti muovi per decidere cosa lanciare e quando, prendere appunti sui valori numerici della tua attività, organizzare un corso online…

E chi più ne ha, più ne metta!


Insomma, non c’è niente come il journaling per mettere nero su bianco (e azzurro, rosa, giallo, verde, blu, rosso, indaco…) le tue intenzioni, emozioni, pensieri, obiettivi e azioni.

E poi, quale scusa migliore per fare incetta di cancelleria?!

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Visone e scarsità

Perché non deve esserci scarsità nella tua visione

Novembre è il mese dedicato alla visione: forse lo hai letto nei miei post su Instagram, o nella diretta che ho condiviso su Facebook, ma in questo mese voglio farti guardare oltre, al 2021.

Abbiamo parlato tanto della visione, di come sia la meta finale a cui deve tendere tutto il tuo business, ma ti è davvero chiaro ciò che vuoi e il perché?

La nostra mente ci tende numerosi tranelli, e il motivo è semplice: anni e anni fa, il cervello era ciò che ci separava da situazioni pericolose e spesso mortali. L’ansia, lo stato di allerta, la tensione a non fare piuttosto che a rischiare, a nascondersi al primo rumore sospetto, erano tutte caratteristiche che ci permettevano di sopravvivere e, se vogliamo, prosperare senza grandi rischi.

Oggi, nella maggior parte del mondo, questi meccanismi non servono più, ma persistono come stratagemmi di auto sabotaggio e convinzioni limitanti: non penserai mica che la nostra testa si sia dimenticata tutti quegli anni passati nelle caverne!

Il più classico è la paura di fallire: ne ho parlato in questo post.
Se fallisci, nella nostra società non hai possibilità di riscatto: resti un fallito, e il tuo fallimento ti definisce.
Quindi, perché provare se rischiamo di fallire? Questo è il viaggio che si fa il nostro cervello, e il risultato è che non facciamo nulla, ma proprio nulla, per realizzare i nostri sogni. E, spesso, ci lamentiamo di non fare nulla, dando la colpa alle circostanze, al momento storico, alla politica…

Un altro meccanismo che ci assale è il contrario, cioè la paura del successo: mi cambierà? Guadagnerò più di quanto riuscirò a gestire? I soldi mi cambieranno, perderò amici? Ma sarò davvero capace di gestire il successo? Perderò i miei amici, la mia famiglia?
E via così, con domande che non fanno altro che sollevare le nostre ansie recondite e, come conseguenza, ci bloccano o peggio ci sabotano.
Questo succede quando ci dimentichiamo di rispondere ad una mail importantissima, oppure quando evitiamo di fare marketing come dovremmo, non ci pubblicizziamo, ci sottostimiamo, ecc.

Perché ti parlo di questo? La ragione è semplice: questi meccanismi entrano in atto anche quando pensi alla tua visione.
Anche quando ti concedi di sognare senza limiti, i limiti si fanno sentire sottopelle.

Ti faccio un esempio: se dentro di te sogni di aprire un negozio di lusso a Manhattan, ma non appena riesci ad affittare una vetrina nel centro della tua città ti dici che va bene così, che ti puoi accontentare anche di quello, e che in fondo hai fatto ciò che potevi, questo è un limite che ti imponi tu.
E come caspiterina fai, poi, a raggiungere Manhattan?!

I meccanismi che ti bloccano derivano anche da un diffuso senso di scarsità: ne sappiamo qualcosa riguardo a questa parola, che da marzo del 2020 affolla il nostro inconscio a causa di comunicazioni poco responsabili dei principali media.

Scarsità nella visione è quando non pensi di meritare altro, o ti accontenti di ciò che hai raggiunto usando i 2/6 delle tue forze. Scarsità è quando vendi per guadagnare, e non per condividere la tua conoscenza con i tuoi clienti. Scarsità è quella sensazione che ti fa rimanere immobile, mentre dovresti lavorare per realizzare la tua visione, al momento chiusa in un cassetto.

Quando parliamo di visione, quindi, non lasciare entrare la scarsità.
Per aiutarti a non farlo, ho creato un Calendario dell’Avvento con 24 contenuti gratuiti (eh già, ben 24!) che ti guideranno passo passo nella definizione di ciò che desideri davvero per il tuo business.

Che aspetti? Puoi iscriverti da qui per ricevere la prima mail il 1° dicembre.

Ricorda che i limiti esistono SOLO nel momento in cui li vedi, non prima, non dopo.

A proposito del modo in cui crediamo che i nostri risultati ci definiscano, ti consiglio questo libro.

A presto!

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