Come i pensieri influenzano la tua realtà

Come i pensieri influenzano la tua realtà

Ne abbiamo parlato già nell’articolo sul Confirmation Bias, cioè il meccanismo di conferma del nostro pensiero: la mente tende a vivere nella “modalità sopravvivenza”, e per questo ci tende numerosi tranelli.

Il suo scopo è quello di preservare più possibile lo stato delle cose, rimanere nella situazione corrente, conosciuta, in cui non corriamo il rischio di essere mangiati da un puma o calpestati da un mammut. La mente non lo sa che ora siamo più fortunati e non viviamo più in caverne nascosti dai predatori.

Ecco perché nella vita entrano in atto una serie di meccanismi fomentati dall’amigdala, una ghiandolina responsabile delle azioni primordiali e istintive, che gestisce le emozioni primarie come la paura.

Sono schemi di protezione, di sostentamento e sopravvivenza, talmente incarnati che, ormai, li mettiamo in atto in maniera involontaria e del tutto istintiva, come quando hai imparato a guidare, e ora non devi più pensare a tutte le azioni da fare per parcheggiare.

Ci sono però situazioni in cui siamo in grado di invertire la tendenza, uscire dalla nostra zona di comfort e cambiare non solo noi stessi, ma tutto l’ambiente intorno.
Prima di farlo, devi capire come i tuoi pensieri influenzano la tua realtà.

No, non sei preda degli eventi esterni e no, non esistono situazioni impossibili da gestire. L’unica responsabile di ciò che ti succede sei tu e solo tu, l’unica responsabile del tuo umore, dei tuoi pensieri, delle tue azioni sei tu.

Ti spiego come funziona: prova a pensare ad una situazione da cui non riesci ad uscire, o che non riesci a risolvere.
Prendiamo, ad esempio, un procrastinatore seriale. Paga le bollette sempre in ritardo, o un secondo prima che scadano, e non arriva mai in orario agli appuntamenti. Nel suo lavoro, il nostro procrastinatore rimanda tutto a data da destinarsi, e questo gli causa non pochi problemi.

Un giorno, il procrastinatore ha il compito di creare una presentazione molto importante per il lunedì successivo: è domenica, e non ha ancora fatto nulla. Cos’è successo nella sua testa?

Tutto scaturisce da uno o più pensieri, nel nostro caso possono essere simili a: “è un lavoro troppo grosso per me”; “non sono abbastanza in gamba”; “è troppo lavoro”; “è una presentazione troppo importante”.

Segue immediata la risposta dell’amigdala, che ci deve proteggere, e quindi parte in quarta con la paura: incompetenza, mancanza di autostima, terrore di parlare in pubblico, frustrazione, sono tutte emozioni scaturite dalla paura.

Ecco che, per sentirci meglio, il cervello sviluppa subito giustificazioni, come: “lo faccio dopo, tanto sono sempre in ritardo”; “non sono abbastanza capace, rimando!”, “non ho voglia di farlo, non ho le capacità, perciò non lo faccio”, “ho sempre rimandato, perché non dovrei farlo anche per questo?”, e così via, penso tu abbia capito l’antifona.

Arrivati alla fine del processo, ecco che il tutto si concretizza in un’azione: il non fare nulla, nel nostro caso.

Riassumendo, tutto parte da:

  • un pensiero,
  • che produce un’emozione,
  • da cui derivano le nostre azioni.

Il procedimento è del tutto inconscio, eppure guida ciò che facciamo nel quotidiano, nel reale e nel qui e ora. Plasma la nostra realtà fattuale.

La “cattiva” notizia è che lavorare sulle emozioni è difficile, e in moltissimi casi evitare di provarle è impossibile.
La buona notizia (contenta eh?) è che i pensieri, invece, possono essere controllati e modificati sul nascere.

Non è semplice, e il tutto parte da una grande presa di consapevolezza e di responsabilità: prima di tutto, devi accettare di essere tu l’unica persona che ha il diritto e il dovere di modificare il proprio comportamento. Nessun’altro verrà in tuo soccorso, nessuno ti dirà come fare nel momento esatto in cui devi farlo. Solo tu.

Facciamo un altro esempio, più breve: ti trovi in riunione con un collega con cui si è creato nel tempo un rapporto conflittuale, per varie ragioni.
Non appena il collega dice qualcosa che ti fa imbestialire, pensi: “è sempre il solito”. Ecco sopraggiungere la rabbia, ed ecco che ti senti giustificata nel rispondergli per le rime, ed iniziate a litigare come al solito.
Qualcosa si è risolto in questo modo? No, piuttosto si è mantenuto lo stato delle cose.
Cosa succederebbe se, sapendo di dover entrare in riunione con questo collega, ti preparassi prima?

A quel punto, alla sua frase che normalmente ti avrebbe fatto imbestialire, ti fermi un attimo e non rispondi. Invece di “ecco, è sempre il solito”, pensi: “non voglio disperdere le mie energie”. L’emozione che provi potrà anche essere di rabbia, ma sarà sommessa e controllata. La tua azione, allora, non sarà rispondergli per le rime, ma ignorarlo e parlare d’altro.

Ora è cambiato qualcosa, sia in te che nell’ambiente circostante: comprendi l’importanza dei tuoi pensieri?

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Brand Identity: perché farla e come capire a chi rivolgersi?

Brand Identity: perché farla e come capire a chi rivolgersi? 

Prima di tutto, direi che è necessario definire cosa sia questa benedetta Brand Identity di cui parlano tutti!
L’identità di brand comprende tutte quelle cose che rendono riconoscibile il tuo marchio, la tua attività.
Ciò che costruisce il tuo lavoro e lo etichetta proprio come tuo, in quello specifico ambito e tempo.

L’identità di brand è un parolone che indica moltissime cose: studio del target, quindi delle persone a cui ci rivolgiamo, del nostro tono di voce, declinato su mille diversi canali, del modo in cui usiamo determinati colori e grafiche, delle nostre parole chiave e di come le orchestriamo sul sito web, durante gli eventi, sui social media.

Studiare la propria identità di brand è come costruire un personaggio caratterizzato dalla sua voce, il suo background, da come si veste e come parla.

L’identità grafica racchiude in sé aspetti quali il logo, i pattern, le icone, le palette colori e così via. Ci sono poi aspetti legati al linguaggio, che può curare un copywriter, come il tono di voce, la creazione di un naming o payoff, capire come comunicare la tua unicità rispetto ad altri.

Insomma, tutti quegli elementi che rendono il tuo brand unico: se anche qualcuno lo scopiazzasse, si vedrebbe e non sarebbe comunque suo, perché cambierebbe la persona che muove i fili, cioè tu.

L’identità, poi, è composta, a monte, dai valori e dalla visione del business, dalla strategia e dal posizionamento. Insomma, sono tanti strati da mettere insieme, ma l’opera finale, vedrai, è meravigliosa.

Ho chiarito un po’ di più le idee?
Benissimo, passiamo al perché dovresti fare uno studio della tua Brand Identity.

Avere un’idea chiara della tua identità come marchio significa, in definitiva, sapere cosa vuoi dire, in che modo lo vuoi dire e cosa vuoi far vedere al tuo pubblico potenziale nel frattempo.

Se, ad esempio, sei un consulente di marketing, difficilmente nella tua comunicazione parlerai di come cambiare la gomma di auto, dico bene? Allo stesso modo, se la tua identità come brand è informale ed accogliente, mai ti sogneresti di pubblicare un post su Instagram in cui offri una posizione di lavoro in maniera asettica e formale, con un’immagine che raffigura una formalissima aula riunioni!

Ecco allora che una Brand Identity ben strutturata ti da delle linee guida per quando non sei sicurissima di ciò che fai o di come lo vuoi fare; oltre che darti un’identità grafica, puoi affidarti allo studio fatto sul tuo brand per qualsiasi cosa, dal lancio di un prodotto scalabile all’annuncio di un evento offline. Saprai che quella cosa è fatta proprio come la farebbe il tuo brand, declinato a “soggetto”.

“Le persone scelgono un brand perché provano empatia per i suoi valori e le sue storie”, ecco cosa mi ha detto all’inizio del nostro percorso Livia di Caleidoscopy, e non può essere più vero di così.

Con lei ho realizzato tutta la mia identità grafica e stiamo lavorando a quella verbale, e non potrei esserne più felice! Livia ha una personalità poliedrica, è una copywriter e brand designer che si occupa di aiutare i piccoli brand a riscoprirsi nei propri sogni e nella propria identità professionale, rendendola, appunto, “caleidoscopica“.
Vi consiglio di fare un salto sul suo sito web!

Ricorda, nel pensare alla tua identità di brand, che la creatività deriva anche dal confronto, e ove possibile consiglio sempre di affidarsi ad una persona esterna che faccia questo tipo di lavoro insieme a te.

Nel mare magnum dell’internet, come capire a chi rivolgersi?
Focalizzati sul modo in cui qualcuno lavora, più che sul prodotto offerto. Fai una call conoscitiva, osserva bene come si comporta la persona davanti a te e domandati: starebbe simpatico/a al mio brand?
Per aiutarti in questo ho creato una checklist di caratteristiche che secondo me non dovrebbero mancare a chi si occupa della tua identità di brand. Scaricala qui sotto, e fammi sapere!